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L’elenco delle bugie del presidente stilato dal quotidiano liberal e la necessità di un nuovo realismo per raccontare i fatti

Foto LaPresse

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Qualche osservazione sull’articolo del New York Times che riporta tutte le bugie di Donald Trump, giorno per giorno, dalla data di insediamento come Presidente degli Stati Uniti. A sentirlo dai reportage e dai media sembra di avere uno squilibrato alla presidenza degli Stati Uniti e risulta difficile spiegarsi come mai, poi, nelle uniche elezioni che ci sono state finora il presidente presunto pazzo abbia vinto i cinque seggi in palio, incluso quello della Georgia dove i democrats, su un elettorato numeroso come quello del Molise, avevano investito “solo” 54 milioni di dollari. La criminalizzazione dell’avversario inaspettato è nota, soprattutto in Italia dove ci sono stati vent’anni di polemica anti-berlusconiana, e forse bisognerebbe ricordare ai democratici americani che quel genere di campagna permanente, almeno in Italia, non ha funzionato. Ma lasciando ai politologi le osservazioni del caso, mi concentrerei sulle menzogne di Trump rilevate dal Nyt.

 

Se uno si legge tutto il noioso elenco, si accorgerà che difficilmente qualsiasi politico nostrano passerebbe l’esame del quotidiano newyorchese. Buona parte delle menzogne sono intestazioni di decisioni fortunate precedenti, come il taglio delle spese aeronautiche. Altre sono esagerazioni, come quella che sostiene di essere stato 14-15 volte sulla copertina della rivista Time e invece c’è stato solo 11 volte. Altre bugie sono annunci come quello che proclama che il suo viaggio ha portato 350 miliardi di affari negli US, ma il viaggio è appena finito e Trump non può sapere se effettivamente i benefici promessi ci saranno. Infine, ci sono alcune frasi non verificabili né in un senso né in un altro che, fino a prova contraria, sono semplici opinioni, e i veri e propri cambiamenti di idea, come quello sullo Cina. Di menzogne effettive ne restano poche: alcune sono al vaglio dell’Fbi, altre saranno gli elettori a decretarle come tali, se Trump non manterrà quanto promesso. Insomma, Trump è un normale politico: annuncia, esagera, proclama opinioni come fatti, cambia spesso idea. Più ancora, Trump è come tanti di noi, nelle sue debolezze linguistiche comunicative, esacerbate da un tipo di carattere enfatico e dalla posizione più in vista del mondo. Certo, il protocollo dei politici dovrebbe essere quello di cambiare il proprio stile una volta raggiunto un posto pubblico, garantendo attendibilità assoluta per le proprie affermazioni e non parlando con esuberanza da bar. Purtroppo, però, la politica e la vita pubblica hanno spesso mostrato che tale correttezza è stata più che altro questione di toni, mentre la percentuale di affidabilità dei contenuti ha sovente lasciato a desiderare in tutta la storia e, in particolare, in epoche di crisi. Anzi, è proprio lo sdegno per la distanza tra i toni ottimistici o corretti e i contenuti inefficaci o inesistenti che ha portato Trump alla presidenza.

 

Infine, occorre riscontrare il solito problema con la celebre coppia verità-realtà. Dopo decenni di attacco alla verità del legame referenziale (la parola “bottiglia” indica una bottiglia), considerato un modo per limitare fantasia, creatività e interpretazioni, l’intellighenzia da Nyt – toccata nel vivo – rispolvera la verità nel suo senso più stretto e povero, non permettendo più il minimo scarto da una verifica positivista delle affermazioni. “Hai detto che i prigionieri liberati da Obama sono tornati a fare i terroristi? Falso, 113 di costoro sono stati liberati da Bush”. Certo, l’affermazione è falsa se la si intende in modo stretto ma è vero che Obama ha liberato alcuni prigionieri che sono tornati a fare i terroristi e il senso, a prescindere dall’attacco politico, è chiaro: è un errore essere indulgenti e garantisti con i terroristi. Si può essere più o meno d’accordo ma la verità in questo caso dovrebbe riguardare il fatto che la liberazione sia stata giustificata o meno, nelle sue cause e nei suoi effetti. Nella versione del Nyt, invece, la verità non riguarda più il senso delle affermazioni ma solo i duri fatti, severamente isolati da senso e interpretazioni. Come tutti sappiamo, quando si comincia a misurare in questo modo le parole altrui, non c’è speranza di dialogo. Più ancora, non c’è possibilità di verifica effettiva. Quest’ultima, infatti, deve riguardare l’intero senso di una proposta e non un puro protocollo referenziale. Sì può benissimo avversare Trump per la sua visione e per le sue proposte, senza ricorrere a questo fact-checking che non fa che irrigidire amici e nemici nelle loro posizioni. Più in generale, se la verità si riduce alla misurazione statistica, ci priveremo della migliore delle sue caratteristiche: quella di seguire organicamente il nostro rapporto con il mondo, un rapporto in cui tutta la nostra personalità e i nostri interessi sono inclusi. È un realismo ricco, che ha bisogno di una concezione ampia di verità che includa, oltre al dato di partenza – di cui non si deve e non si può fare a meno – anche i nostri interessi, progetti e desideri e che abbia una verifica adeguata degli effetti nel tempo. E’ il realismo che si usa per capire una persona cara quando prende decisioni diverse da quelle che ci augureremmo o propone qualcosa di inaspettato. Paul Cézanne, che definiva realista il proprio codice pittorico che era tutt’altro che una pura copia, aggiungeva che si trattava di “un realismo alla grande, però, l’eroismo del reale”. In un realismo alla grande, forse, si può cercare di capire davvero ciò che l’altro vuol dire ed essere migliori reporter e migliori valutatori degli infiniti colori della realtà in cui viviamo.

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